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L’opera celata: “Sveliamo l’affresco del Ventennio a Gallarate. E diamogli un nuovo significato”

Il dipinto venne coperto nella primavera del 1945, alla caduta del fascismo "L'opera celata" è il titolo del volume dell'architetto Matteo Scaltritti: uno studio e una riflessione profonda, che propone di rendere visibile l'opera e "risemantizzarla" in modo critico, sull'esempio di altre esperienze italiane

Alessandro Pandolfi Gloria del fascismo Gallarate

Parafrasando altre ere, si potrebbe dire che un fantasma si aggira nel grande salone di “Palazzo Minoletti”, l’edificio razionalista – ex Casa del Fascio del 1941 – in via di recupero in piazza a Gallarate: è il fantasma dell’affresco “La Gloria”, celebrazione del regime totalitario che ha al centro la figura di Benito Mussolini a cavallo, che si staglia sul paesaggio industriale della città (nella foto di apertura: uno studio preparatorio).

“L’opera celata”, la definisce il titolo del volume dell’architetto Matteo Scaltritti: nascosta da uno strato di pittura bianca che la coprì all’indomani del 25 aprile 1945, dopo la Liberazione e la conclusione della disastrosa guerra che Mussolini aveva voluto e che tanti lutti aveva portato, fino all’ultima fase di occupazione straniera da parte dei tedeschi.

Mentre va verso il compimento il recupero del palazzo, Scaltritti alza il velo con uno studio accurato sull’opera e con una proposta chiara: scoprire l’opera – firmata dal pittore e incisore abruzzese Alessandro Pandolfi – e “risemantizzarla”, darle cioè un significato diverso da quella esaltazione del regime e del suo dittatore che l’affresco aveva all’origine.

“La ricontestualizzazione del dipinto […] non può che passare attraverso un processo che cerchi la più ampia condivisione possibile e dove l’opera artistica trovi un giusto ribilanciamento attraverso lo stesso mezzo espressivo: l’arte”, scrive Scaltritti nelle pagine finali del volume (“L’opera celata”, 89 pagine, Prodigi edizioni), che restituisce una riflessione che, dietro il rigore scientifico, si potrebbe dire quasi sofferta, tra il desiderio dello studioso e i dubbi, espliciti, del cittadino.

Alessandro Pandolfi Gloria del fascismo Gallarate
Elaborazione grafica dell’opera (particolare) inserita nell’attuale cantiere di recupero di “Palazzo Minoletti”

Un’opera pensata insieme all’edificio

Il grande dipinto fu realizzato da Alessandro Pandolfi tra il 1940 e l’inizio del 1941, dopo sedici mesi di studio preparatorio e quattro mesi di lavoro sui ponteggi. Occupa l’intera parete curva del salone d’onore, per circa 15 metri di lunghezza e quasi 5 di altezza, ed era stato concepito come parte integrante dell’architettura di Giulio Minoletti e Giancarlo Palanti: attraverso la grande vetrata, la composizione doveva essere leggibile anche dalla piazza, secondo l’idea fascista della Casa del Fascio come “casa di vetro”.

Al centro domina Mussolini a cavallo, accompagnato da una Vittoria alata; intorno si dispongono figure del lavoro agricolo e artigianale – contadini, muratori, scalpellini, fabbri e falegnami, con i volti “prestati” da figure locali del fascismo e parenti del pittore – davanti a una Gallarate evocata attraverso la basilica, il profilo di Crenna, ciminiere e impianti industriali. Proprio questo legame rende particolarmente attuale il problema dell’affresco mentre il palazzo viene recuperato e trasformato: per Scaltritti, opera ed edificio “non possono prescindere l’una dall’altro”.

Alessandro Pandolfi Gloria del fascismo Gallarate
Alessandro Pandolfi ritratto durante la realizzazione del dipinto murale nella Casa del Fascio. Insieme a lui nella foto è il suo aiutante Saporiti (1940)

La cancellazione del 1945, un fatto storico

La ricerca di Scaltritti, tra fonti edite, documenti e testimonianze, fa chiarezza anche sul destino finale dell’opera: se la vulgata ha tramandato – anche in fonti scritte – il danneggiamento dell’affresco, colpito da una raffica di mitra al 25 aprile, la ricerca e i più recenti sondaggi stratigrafici hanno chiarito che la grande raffigurazione è integra, coperta da una scialbatura, una “mano di bianco” frettolosamente apposta – forse proprio per mano dell’artista – nei tumultuosi giorni della primavera 1945.
Scaltritti è convinto che si sia trattato di una mossa, riuscita, per salvaguardare l’opera, seppur celandola: “Probabilmente ciò non fu dettato tanto dalla volontà [di Pandolfi] di non essere associato ad una raffigurazione così retoricamente celebrativa, quanto piuttosto alla preoccupazione per la sopravvivenza del dipinto”, conclude Scaltritti, ricordando come Pandolfi anche nel Dopoguerra “godette di generale stima e di un diffuso rispetto”.

Secondo Emma Zanella, direttrice del museo Maga di Gallarate, che interviene in una delle due prefazioni, lo scialbo stesso è però Storia: “un gesto sbrigativo, certo, ma anche il segno di una comunità che voltava pagina”. Alla proposta di riscoperta e risemantizzazione avanzata da Scaltritti, Zanella oppone proprio il mantenimento della copertura, divenuta “essa stessa forma che la damnatio memoriae ha preso a Gallarate”, un “silenzio eloquente” da rispettare come fatto storico e non rimuovere.
Alla scialbatura in bianco propone poi di sovrapporre un’opera di arte contemporanea, che “potrebbe ridare voce alla parete, senza riesumare il messaggio che vi giace sotto”.

Il problema della riscoperta nell’Italia di oggi

Tornando alla metafora iniziale: un fantasma si aggira oggi per l’Europa e l’Italia, con la rivalutazione del fascismo, la relativizzazione dei crimini, il riemergere di idee di purezza etnica.

È un tema che non si può evitare: lo evoca nella sua prefazione il professor Paolo Gasparoli, che ha a lungo studiato Palazzo Minoletti insieme a Scaltritti, Fabiana Pianezze e Lorena Bauce, e lo affronta Scaltritti: “I fenomeni socio-politici in atto in Italia e nel resto d’Europa dimostrano, rispetto a qualche decennio fa, una sorta di abbassamento del livello di protezione culturale dal fascismo […]: ciò determina oggi una maggiore vulnerabilità che richiede maggior attenzione nel trattamento del tema rispetto a quanto non fosse nei primi anni Duemila”. Per dirla in modo più franco: se vent’anni fa il giudizio netto sul fascismo era netto e condiviso dai più, oggi lo è assai meno, è più sfumato, cede a rivalutazioni esplicite.

piazza Garibaldi Gallarate
“Palazzo Minoletti”, in piazza Garibaldi, durante il periodo Covid

Scaltritti si pone dubbi da cittadino e da studioso, anche nelle loro implicazioni pratiche: da un lato l’opera potrebbe essere esposta a possibili vandalismi, “dall’altra non si può escludere che l’operazione di valorizzazione possa attirare le attenzioni di movimenti che invece si rifanno anche in maniera esplicita all’ideologia e all’iconografia del fascismo, in un momento storico particolarmente delicato in questo senso”. Non sfugge poi il fatto che l’ex sede del potere totalitario è oggi destinata a diventare un luogo di formazione, dunque in un contesto ancor più delicato.

 Palazzo Minoletti
Le vetrate del palazzo affacciate su piazza Garibaldi

Dare un nuovo significato

Quanto all’opzione di riscoperta e risemantizzazione proposta da Scaltritti, resta uno scenario affidato, appunto, alla ricerca artistica futura.
Non c’è una proposta di intervento già definita, ma un richiamo ad esperienze già realizzate in Italia, oltre che ad un tema più generale su cui si è aperto un dibattito nella penisola e all’estero.

Pur non trattandosi dell’unico caso citato (e anche qui merita leggere le pagine del volume), viene proposto ad esempio l’intervento artistico più audace e noto in Italia: il magniloquente fregio fascista sul Palazzo delle Finanze di Bolzano, che nel 2011-2012 è stato risemantizzato,attraverso un concorso di idee e un dibattito pubblico, con l’intervento degli artisti Arnold Holzknecht e Michele Bernardi, che all’opera fascista hanno sovrapposto la scritta al neon “Nessuno ha il diritto di obbedire”.

Generico 02 Nov 2026

La frase, tratta da Hannah Arendt, è riprodotta in tre lingue – ladino, tedesco e italiano – come segno di presa di distanza anche dagli intenti di dominazione che il fascismo ebbe sulla componente di lingua tedesca e su ogni altra lingua minoritaria oppressa per vent’anni dal regime.
Un intervento che ha lasciato integra l’opera come fatto storico e insieme ha dato un giudizio morale sul passato totalitario. Ha la forza Gallarate per un intervento altrettanto forte, oggi?

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Roberto Morandi
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Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare.
Pubblicato il 05 Novembre 2026
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