L’arte che cura, quando il gesto creativo diventa incontro e riconoscimento
Al Museo Mario Realini di Malnate la presentazione del libro curato da Massimo Raccagni, scomparso lo scorso dicembre: psicanalisti, musicoterapeuti e artisti hanno dato voce a un’esperienza straordinaria nata a Casa di Marina
«L’arte non riproduce il visibile, ma rende visibile»: la citazione di Paul Klee, evocata dalla psicoanalista Luciana La Stella in apertura, ha attraversato come un filo rosso tutta la serata al Museo «Mario Realini» di Malnate, dove martedì 17 giugno è stato presentato L’Arte che Cura. Quando il gesto creativo diventa incontro, cura e riconoscimento, il volume curato da Massimo Raccagni e pubblicato nella collana Nuovi Orizzonti di Inconscio e Società di NeP Edizioni.
Un libro che porta con sé il peso e la luce di un’assenza. Raccagni, responsabile di Casa di Marina , centro per persone con disabilità intellettive a Cardano al Campo, dal 2017 al 2025, è scomparso improvvisamente il 1° dicembre scorso, quando il volume era già pronto. «Volevo che lo vedesse materialmente», ha detto La Stella con voce commossa. «Ma credo che lui l’abbia sentito, questa cosa.»
Un sapere sempre in cammino
Luciana La Stella, psicoanalista, docente e presidente di Opifer nonché direttrice della collana che ospita il volume, ha aperto i lavori tracciando le coordinate teoriche del libro. La collana Nuovi Orizzonti si colloca nella sezione Poietica — dal greco poiein, «far venire all’essere» — perché ogni autentica opera d’arte, ha spiegato, «non trasmette un contenuto, ma apre un mondo, rende visibile ciò che fino a quel momento restava inconscio». Un sapere, ha aggiunto, «che non è mai concluso, ma sempre in cammino».
Il libro non è un manuale di arteterapia né una raccolta di tecniche: è la testimonianza di un’esperienza comunitaria. I venti autori che vi hanno contribuito sono essi stessi, ha sottolineato La Stella, «una piccola comunità vivente». Al centro vi è il concetto lacaniano di rinomanza, rifarsi un nome, passare dall’anonimato alla soggettivazione, che Raccagni aveva fatto proprio: «Il soggetto nasce quando ritrova un posto nel linguaggio, quando qualcuno accoglie la sua parola.»
La metafora conclusiva, ancora una volta affidata a Klee, ha chiuso il cerchio: «Una linea è un punto che è andato a fare una passeggiata. La cura è qualcosa di simile: non una conquista, non un protocollo, ma una passeggiata condivisa dentro il mistero dell’esistenza.»
Il fossato tra medicina e psicanalisi
Giuseppe Oreste Pozzi, psicoanalista, docente all’Università di Pavia e presidente di Artelier, ha preso la parola con la franchezza che lo contraddistingue: «Bisogna dirlo con chiarezza: questo lavoro non c’entra con la medicina.» Tra i due mondi esiste, ha spiegato, «un fossato sempre da colmare, ma che rimane un fossato». La medicina lavora per analogia, paragona, classifica, diagnostica, mentre la psicanalisi e l’arte lavorano per metafora: evocano, aprono, generano.
«L’inconscio non è profondo», ha detto provocatoriamente Pozzi. «È a fior di pelle, disponibile. Ma si preferisce tenerlo chiuso.» La solitudine, ha aggiunto, è «la vera malattia della contemporaneità, una pandemia senza vaccini»: il luogo dove non c’è voce. E il lavoro di Raccagni si è collocato esattamente lì, dalla parte di chi genera la voce anziché aspettare che arrivi come Chopin, ha detto, che non accompagna un canto preesistente ma lo crea.
Pozzi ha poi raccontato un episodio del 1997: durante il festival dell’espressività da lui organizzato nella Torre Colombera di Gorla Maggiore, in un atelier di pittura si trovarono insieme i bambini di terza elementare e i pazienti del manicomio giudiziario di Castiglione delle Stiviere. «Cosa sarebbe successo se avessi detto la sera prima ai genitori chi c’era dentro?» La risposta, però, l’aveva data la realtà: diciannove comuni decisero di finanziare laboratori espressivi nei propri centri.
Il silenzio che cura, la voce che nasce
Chiara Pettenuzzo, musicoterapeuta e operatrice a Casa di Marina, ha portato la testimonianza più concreta e forse più emozionante della serata. Nei gruppi di improvvisazione vocale con persone non verbali da lei condotti, il punto di partenza è sempre il silenzio: «Trovarsi in un momento in cui non c’è niente da fare, ma semplicemente si può essere ascoltati, per i nostri ospiti non è affatto scontato.»
Ha raccontato di un ragazzo con cui faceva particolare fatica, finché durante un incontro di musicoterapia «si è svelato, ha trovato attraverso l’espressione ritmica e vocale un suo modo di essere interprete di se stesso. E ai miei occhi si è svelato: l’ho finalmente visto per la prima volta.» La rinomanza di cui parla il libro è passata anche da lì.
Ha poi raccontato, con un sorriso, l’episodio di un’ospite che declamava aforismi nei corridoi e in bagno, inseguita da Pettenuzzo con un taccuino. Una delle frasi che aveva annotato con entusiasmo «Il mare d’inverno è come un film in bianco e nero visto in TV» si rivelò essere una canzone di Loredana Bertè. «Ma anche questo», ha detto, «è stato molto rivelatorio.»
La postura dell’operatore
Anna Luoni, artista terapista, ha riflettuto su cosa significhi «tenere un atelier» in un contesto di fragilità. Non si tratta di includere la marginalità come «altra faccia» del centro, ha detto: si tratta di risonanza, un fenomeno «che non parte da forze, ma da una corrispondenza». L’operatore deve farsi capace di silenzio, ascolto, presenza e soprattutto di «lasciarsi abbandonare», che non è lo stesso che abbandonarsi.
«L’arte che terapia non ha a che fare con il curare, estirpare, aggiustare», ha detto Luoni. «Vuol dire creare una possibilità affinché qualcuno possa sentirsi abbastanza nel mondo per poter diventare quello che è. E questo è un dono per tutti.»
Terra e cielo: il laboratorio di ceramica
Tino Sartori, artista ceramista e collaboratore di Casa di Marina, ha chiuso gli interventi raccontando il laboratorio che ha condotto insieme ad Anna Luoni. Ogni sessione prevedeva una fase di accoglienza, «fare vuoto per poter accogliere», una di attesa, e poi l’emersione di un linguaggio poetico «che si muove per metafore, che parla anche a noi».
Le opere prodotte formelle, vasi, pannelli portano dentro questo processo: il vaso, simbolo dell’accoglienza, è «vuoto, ma svolge la sua funzione nell’essere vuoto»; i totem in legno «appartengono alla terra ma sono rivolti al cielo». Da qui il titolo della mostra che ha accompagnato il percorso: Terra e Cielo.
«Chi cura?», si è chiesto Sartori. «Il giovamento si allarga: cura chi opera, nel momento in cui riconosce il proprio lavoro come bello. E cura chi guarda, perché l’arte vive anche negli occhi di chi la guarda.»
La serata, moderata da Marco Giovannelli, direttore di VareseNews, si è svolta in un clima di grande attenzione e partecipazione, con la consapevolezza condivisa che il libro di Massimo Raccagni sia, come è stato detto più volte, «un libro vivente»: non solo perché parla di vita, ma perché continua a farla accadere.
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