Varese
Gli “schiavi di Hitler” e quel silenzio rotto ottant’anni dopo dai pronipoti. “Li abbiamo incontrati”
Seicentomila soldati italiani rifiutarono di collaborare con i nazifascisti: erano gli Internati Militari Italiani. Un gruppo di studenti del liceo Cairoli ha lavorato a lungo sugli archivi e le memorie familiari
Quando le due famiglie si incontravano a Milano, Eligio Maffioli e il suo vecchio compagno di prigionia a un certo punto si allontanavano dagli altri.
Stavano insieme per un po’, lontani dalle mogli e dai figli, e parlavano. Di cosa parlassero era facile immaginarlo: entrambi erano stati internati in Germania dopo l’8 settembre 1943. Entrambi erano tornati. Ma ciò che si dicevano durante quegli incontri rimaneva tra loro. Le famiglie non venivano coinvolte nei loro ricordi della prigionia.
È una piccola scena del Dopoguerra, quasi domestica, ma racconta uno degli aspetti che emergono con più forza dalla ricerca condotta da una trentina di studenti del Liceo Classico Cairoli di Varese sulle vicende degli Internati Militari Italiani, i soldati deportati, privati dello status di prigionieri e ridotti a “schivi di Hitler”. Per molti reduci quella fu per decenni una storia raccontabile soltanto a chi l’aveva vissuta.
Una storia fatta di umiliazioni, in Germania e non solo, perché per anni la loro esperienza non fu riconosciuta, anche sul piano burocratico. O – peggio – fu disprezzata, nella convinzione che avessero preferito una prigionia (che erroneamente si credeva sicura) al rischio che comportava rientrare in Italia. Un sacrificio, il loro, che per lungo tempo non è stato riconosciuto come Resistenza. Come invece è avvenuto, faticosamente e per passi, dagli anni Novanta, quando la storia degli Imi passò dal piano della ricerca scientifica, dove si era affacciato già nel 1967, a quello della memoria collettiva. (Foto di apertura: Bundesarchiv, “talienische Militärinternierte (IMI) / Entwaffnung der italienischen Armee”, settembre-ottobre 1943)
«Quella degli IMI è sempre stata una storia privata. Ora invece si sta trasformando in una vicenda collettiva, anche grazie alla consegna delle medaglie», osserva Claudio Mezzanzanica dell’Istituto Varesino di Storia del Novecento, che ha accompagnato i ragazzi nel loro percorso.
Ed è proprio questa trasformazione, dalla memoria privata alla storia condivisa, il cuore del lavoro di ragazze e ragazzi del Cairoli, un gruppo degli ultimi tre anni (compresi i diplomati 2026).

Il 20 settembre, giorno in cui viene pubblicato questo articolo, assume da quest’anno un significato particolare.
Nel 2025 è stata infatti istituita per legge la Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda guerra mondiale, dedicata alla memoria dei militari deportati e al loro rifiuto di collaborare con la Germania nazista e con la Repubblica sociale italiana. Due giorni dopo, martedì 22 settembre, gli studenti presenteranno pubblicamente la loro ricerca nell’Aula Magna dell’Università dell’Insubria a Varese, con il convegno IMI: li abbiamo incontrati.
“Li abbiamo incontrati”
Il titolo scelto dagli studenti dice molto del metodo seguito.
«Abbiamo raccolto le storie di dodici IMI» racconta Aurora Vernocchi, una delle studentesse coinvolte. «Siamo andati a raccontare i momenti drammatici, il difficile rientro, ma anche persino alcuni momenti ironici».
Sono uomini provenienti da Varese città (quattro), Gallarate, Comerio, Gavirate, Cavaria, Laveno, Venegono Inferiore (due). Uno era originario dell’Isola d’Elba ma si era poi trasferito a Varese. Biografie diverse, ricomposte attraverso documenti, testimonianze familiari e tracce spesso disperse tra archivi differenti. «Il convegno è la degna conclusione del percorso di ricerca storica che abbiamo portato avanti con Claudio Mezzanzanica e la professoressa Monica Iori, docente di Storia e Filosofia, concentrandoci sulla vicenda degli IMI della città di Varese e della provincia», spiega Aurora.

Gli studenti sono entrati nell’Archivio storico comunale di Varese e nell’Archivio di Stato di Varese, hanno utilizzato l’Archivio centrale dello Stato online, gli elenchi della Croce Rossa e l’ufficio Anagrafe del Comune di Varese.
Ma a un certo punto le carte – materiale fondamentale per gli studi storici, ma non esaustiva – non bastavano più. «Le interviste ai parenti sono state forse la parte più importante e toccante», racconta Aurora.
Perché proprio entrando nelle case sono emersi i silenzi.
Uomini tornati dalla Germania che avevano ripreso a lavorare, costruito una famiglia e attraversato decenni senza raccontare quasi nulla di quello che era accaduto.
Eligio Maffioli, le nerbate e quei colloqui lontano dalle famiglie
La storia di Eligio Maffioli di Cavaria è una di quelle che permettono di capire il peso di questo silenzio.
«Era un meccanico esperto» e avrebbe continuato a esserlo dopo la guerra, arrivando a fondare una fabbrica di bilance. Durante l’internamento le sue capacità manuali «gli consentivano di realizzare piccoli anelli di ferro per soldati e guardie».
Ma dal lager tornò portandosi addosso anche le conseguenze di un rifiuto. Maffioli e altri prigionieri erano stati chiamati a smontare macchinari industriali all’interno di uno stabilimento (operazioni frequenti, in un contesto di bombardamenti aerei e ritirate dai territori tedeschi dove avanzavano gli Alleati). «Dopo che li ebbero smontati, ricevettero l’ordine opposto: rimontarli. E a quel punto si rifiutarono, protestarono». Maffioli venne preso a nerbate: «Le cicatrici di quelle percosse gli sarebbero rimaste sul corpo per tutta la vita».
Rimase però in contatto con uno dei compagni di prigionia. Negli anni successivi le loro famiglie si ritrovavano occasionalmente a Milano. Era allora che i due uomini si allontanavano dagli altri.
Della prigionia parlavano solo tra loro. È proprio da immagini come questa che la ricerca dei ragazzi del Cairoli ha tentato di ricostruire ciò che per decenni era rimasto all’interno di conversazioni private o, più frequentemente, non era stato detto affatto. Di certo non apparteneva alla sfera pubblica, dove l’esperienza degli Imi si sarebbe affacciata solo negli anni Novanta.
I 1.903 bigliettini conservati a Varese
Poi ci sono i documenti. E una scoperta che ha occupato una parte importante del lavoro.
All’Archivio di Stato di Varese gli studenti hanno trovato 1.903 piccoli fogli di carta sottilissima, quasi velina. Ognuno riporta un nome e l’indicazioned dello Stammlager (Stalag), il campo nel quale era internato. «Sono scritti dalla stessa mano, rimasta ignota», spiega Aurora.
I ragazzi li hanno catalogati e analizzati. Ma trascrivere i bigliettini rappresentava soltanto il primo passaggio. Ogni nome è stato confrontato con le altre fonti disponibili: dati anagrafici, documenti dell’Archivio centrale dello Stato, elenchi della Croce Rossa, carte degli enti assistenziali e testimonianze dei parenti.
Un lavoro di incrocio che ha permesso, in alcuni casi, di collegare una semplice annotazione a una persona e quindi a una storia, comprese le dodici selezionate per il racconto.
La ricerca ha utilizzato anche fondi meno immediatamente collegati alla deportazione. Tra questi il Fondo Eca, l’Ente comunale di assistenza, nel quale compaiono richieste e procedure che permettono di osservare le conseguenze della guerra sulle famiglie rimaste a casa. Ci sono, per esempio, le pratiche di affidamento dei minori, utilizzate quando una famiglia non era più in condizione di occuparsi dei figli. Oppure le richieste di assistenza sanitaria presentate al Comune dalle persone che non disponevano di una mutua di riferimento, molti anni prima della nascita del Servizio sanitario nazionale.

Mario Bogni, da Valona a Cottbus
Tra le dodici vicende ricostruite c’è quella di Mario Bogni di Gavirate. Dopo l’armistizio dell’8 settembre si trova a Valona, in Albania. Gli italiani combattono contro i tedeschi e arriva l’ordine di una decimazione. Bogni viene messo in fila, «accanto a lui c’è il cugino Cornelio», che viene selezionato e fucilato.
Mario viene invece deportato in Germania, finisce a Cottbus, nel Brandeburgo, dove vivrà un’altra esperienza destinata a perseguitarlo: raccontò di aver partecipato allo sgombero di un asilo bombardato, recuperando i corpi dei bambini. «La nipote ci ha raccontato che non riusciva a sentire parlare tedesco. E che quando uscì il film Schindler’s List, nel 1993, non volle andare a vederlo».

Eppure anche nella sua storia compare uno degli episodi quasi surreali che la ricerca ha raccolto: Bogni raccontava che durante la prigionia «riuscivano a catturare dei topi e, dopo averli scuoiati, li rivendevano ai tedeschi come se fossero conigli».
Una memoria che arriva oggi
Per alcuni studenti il percorso ha incrociato direttamente la memoria delle proprie famiglie.
Il fratello del bisnonno materno di Aurora, Pietro Scandroglio, durante la prigionia guidava un camion. «Quel compito gli dava una possibilità che molti altri non avevano: poteva uscire e riusciva talvolta a recuperare qualcosa in più da mangiare e condivideva ciò che trovava con i compagni». Anni dopo la fine della guerra alcuni di quegli uomini organizzarono una visita per andare a ringraziarlo.
«Ci tengo a questa storia perché è anche un pezzo di memoria familiare, del fratello del mio bisnonno. Me lo raccontava mio nonno, che era del 1936», racconta Aurora.
Accanto alle carte sono emersi anche oggetti conservati dalle famiglie. Tra questi c’è una scacchiera legata alla storia di Antonio Romeo, portata dal figlio: un manufatto trasformato in una sorta di diario della prigionia, con annotazioni sulle caselle chiare.

“Bastardi, vigliacconi, speculatori”
La lunga ricerca degli studenti ha consentito di recuperare anche altri documenti interessanti.
Dall’appello lanciato alla collaborazione con la Repubblica Sociale da un marinaio varesino aderente a Salò, fino a ben più minacciose esortazioni, come quella ritrovata nell’archivio di Castelseprio: nel volantino li internati vengono definiti «bastardi, vigliacconi, speculatori».
La propaganda promette agli uomini che non avevano aderito alla Repubblica sociale che, in caso di vittoria tedesca, avrebbero ricevuto «una buona pedata nel sedere», mentre si affanna a ribadire che una vittoria degli anglo-americani sia impossibile.
Il 22 settembre “Li abbiamo incontrati” arriva all’Università dell’Insubria
Il percorso degli studenti sarà presentato martedì 22 settembre, dalle 9.30 alle 13, nell’Aula Magna dell’Università dell’Insubria di Varese, in via Ravasi. Il convegno, intitolato “IMI: li abbiamo incontrati”, è curato dal Liceo Classico Cairoli e organizzato in collaborazione con il Dipartimento di Scienze umane e dell’innovazione per il territorio, guidato dalla professoressa Paola Biavaschi, insieme ad ANPI, ANRP, ANEI, ANED, Comune di Varese e Provincia di Varese.
La mattinata sarà costruita in nove capitoli e comprenderà gli interventi istituzionali e alcuni approfondimenti scientifici. Tra questi quello del professor Gianmarco Zucca dell’Università dell’Insubria, dedicato ai lager in Europa, e quello di Andrea Parodi dell’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, che ha contribuito alla riscoperta della storia dei cosiddetti 44 eroi di Unterlüss.
In apertura del convegno sarà proposta anche una canzone scritta da un internato. La conclusione è stata immaginata dagli studenti come “l’altra Spoon River”: una successione di epitaffi per restituire un nome e una voce agli uomini incontrati nel corso della ricerca.
Se oggi tutti i protagonisti non sono più in grado di raccontare, se per tanti anni furono vincolati da una congiura del silenzio, la loro storia è stata raccolta e tramandata. Dai pronipoti, tre generazioni dopo.
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