Quel giovedì non ci fecero uscire da scuola
Il 17 aprile 1975 un camion dei Carabinieri uccise Giannino Zibecchi a poche centinaia di metri dalla mia scuola. Oggi le piazze sono di nuovo piene di ragazzi e la domanda è la stessa: come deve comportarsi lo Stato?
Avevo dieci anni. Era giovedì 17 aprile 1975 e frequentavo la quinta elementare alla scuola Morosini di Milano. All’ora solita, però, non ci fecero uscire. I più piccoli, forse, erano già stati mandati a casa. Lo scrittore Giacomo Papi, allora in prima nella stessa scuola, lo ha raccontato in Atlante di un attimo (Bompiani, 2014). Noi di quinta D restammo dentro, e sapevamo soltanto che fuori stava succedendo qualcosa. Oggi posso collocare quel ricordo con una precisione che allora non possedevo. Alle 12.45, a meno di mezzo chilometro dalla scuola, un autocarro dei Carabinieri aveva travolto e ucciso Giannino Zibecchi.
Zibecchi aveva 28 anni, insegnava educazione fisica ed era un militante dei Comitati antifascisti. Partecipava alla manifestazione organizzata dopo l’uccisione di Claudio Varalli, lo studente diciassettenne colpito il giorno precedente da un estremista di destra. Quella primavera, a Milano, la violenza politica colpiva in più direzioni: il 13 marzo un gruppo di militanti di sinistra aveva aggredito Sergio Ramelli, diciottenne del Fronte della Gioventù, che sarebbe morto il 29 aprile.
In quel settore del corteo erano in corso scontri molto violenti. Volavano pietre e molotov, bruciavano automezzi, polizia e carabinieri avevano quasi esaurito i lacrimogeni. Una colonna di mezzi arrivò da piazza Cinque Giornate. Un pesante autocarro militare Fiat CM 52 salì sul marciapiede. Zibecchi, in fuga verso il centro della strada, venne investito. La sentenza arrivò il 28 novembre 1980 e fu poi confermata in Cassazione: i due ufficiali imputati furono assolti per non aver commesso il fatto, il carabiniere alla guida per insufficienza di prove.
Cinquantuno anni dopo, quella mattina mi è tornata in mente leggendo le cronache. A Milano, dopo i saccheggi del 17 e 18 ottobre compiuti in gran parte da minorenni, ci sono stati centinaia di fermi, un decreto d’urgenza e l’arrivo di 500 paracadutisti a presidiare la città. Le proteste degli studenti hanno toccato anche il Varesotto e l’Alto Milanese. In Francia il movimento dei liceali ha avuto il suo culmine tra scontri, ragazzi mutilati e coprifuoco.
Nel 1975, poco più di un mese dopo, in un Paese già segnato dalle stragi e dalla violenza politica, il Parlamento approvò la legge Reale, che ampliava i poteri d’intervento e di uso delle armi da parte delle forze dell’ordine. Oggi la risposta è arrivata in pochi giorni, con un decreto. Anche Varese, sabato, ha vissuto un pomeriggio in allerta: carabinieri e polizia schierati in piazza Monte Grappa, un gruppo di giovanissimi identificato e, nella stessa piazza, alcune decine di ragazzi legati al mondo ultras radunati per «proteggere», a modo loro, le strade della città. Non ci sono state tensioni, e il centro, pieno di gente a passeggio, se n’è accorto appena.
Ma non è una storia solo italiana. In Francia il movimento dei liceali ha avuto il suo culmine tra scontri, ragazzi mutilati e coprifuoco; si è manifestato a Lisbona, a Madrid, in Grecia, e ci sono stati scontri a Bruxelles e a Tirana. Le ragioni cambiano da Paese a Paese: la scuola, gli affitti altissimi, in Germania il possibile ritorno della leva. Ma sotto tutte, come ha scritto il Guardian in un editoriale, c’è «la rottura del contratto sociale»: una generazione si aspetta, non a torto, di vivere peggio dei propri genitori. La domanda che quella mattina pone è dunque ancora attuale: come deve comportarsi lo Stato quando nella stessa piazza convivono protesta legittima, rabbia e violenza?
I modelli più interessanti vengono dai Paesi che hanno imparato a distinguere. In Svezia, dopo che nel 2001 a Göteborg la polizia aveva sparato su tre manifestanti, sono nate le Dialogue Police: agenti formati per conoscere i movimenti e mantenere il contatto con gli organizzatori prima, durante e dopo la manifestazione. Non hanno il compito di raccogliere informazioni per l’intelligence né di effettuare arresti. Esperienze simili esistono in Germania e nel Regno Unito. I reparti antisommossa restano disponibili, ma possibilmente fuori dalla vista. Le unità di dialogo, quelle che raccolgono le prove e quelle incaricate degli arresti svolgono compiti distinti.
Il principio è semplice: non si giudica una folla dall’azione dei suoi elementi peggiori. Si individuano coloro che commettono violenze, si documentano i fatti e si interviene selettivamente, permettendo agli altri di continuare a manifestare. È più difficile di una carica. Richiede intelligenza, disciplina e nervi saldi. Gli estremisti cercano spesso proprio la reazione indiscriminata. Hanno bisogno della carica, del lacrimogeno lanciato male, dell’immagine del ragazzo sanguinante. È così che tentano di consegnare alla piazza un’identità comune: noi contro loro. Una polizia preparata non offre loro questo successo.
Ma l’applicazione non è sempre immediata. A Milano, nei giorni scorsi, spesso non c’era un corteo da cui distinguere i violenti né un organizzatore con cui parlare: c’erano gruppi di ragazzini vestiti di nero, senza bandiere, convocati sui social all’ultimo momento. Proprio lì il principio vale di più. Si identifica chi spacca, si documenta, si arresta anche a distanza di ore, come prevede lo stesso decreto, e si lascia manifestare chi non lo fa. Dove invece gli interlocutori ci sono, il dialogo funziona già. Sabato a Milano un presidio bloccato dalla polizia è potuto partire in corteo dopo oltre mezz’ora di trattativa. Il capo della Polizia, Vittorio Pisani, ha detto in questi giorni che le forze dell’ordine non sono la controparte dei manifestanti, ma chi deve garantirne le libertà.
Lo Stato non incontra i giovani soltanto nei tribunali, negli uffici pubblici o durante le lezioni di educazione civica. Li incontra anche nelle piazze. E lì viene giudicato non per ciò che proclama, ma per come si comporta quando viene contestato. Io incontrai quella sua faccia a dieci anni, restando chiuso nella scuola Morosini mentre a poche centinaia di metri moriva un giovane insegnante. Non ricordo che cosa ci dissero. Ricordo che non ci fecero uscire.
È da come lo Stato reagisce al disagio che si forma una società che si fida delle istituzioni, oppure ne diffida. E quella relazione talvolta comincia così: non da un’opinione politica, ma da una porta che, all’ora stabilita, rimane chiusa.
Corso XXII Marzo, 17 aprile 1975: gli scontri poco prima che Giannino Zibecchi venisse investito. Fotografia di Uliano Lucas. Fonte: Museo di Fotografia Contemporanea, Milano-Cinisello Balsamo.
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