Varese News

L’incendio nel bosco riporta alla luce le trincee tedesche del 1944 nella valle del Ticino

Dopo lo sbarco degli Alleati in Provenza nell'agosto '44, l'esercito tedesco preparò una nuova linea di difesa lungo il fiume tra Piemonte e Lombardia. In questi giorni riemergono più visibili i segni della preparazione di una grande battaglia che (per fortuna) non c'è mai stata

Generico 22 Aug 2022

A un occhio attento erano visibili in più punti, ma ora sono ben più evidenti: un incendio nei boschi del paese di Golasecca, nei giorni scorsi, ha fatto ricomparire le trincee scavate nel 1944 dai tedeschi lungo il fiume Ticino. La Wehrmacht si attendeva un’avanzata degli Alleati dalle Alpi del Piemonte e queste opere sono la memoria di un dramma evitato: che la valle del Ticino diventasse teatro di una grande battaglia sul finire della Seconda Guerra Mondiale.

Le trincee oggi ben visibili sono a Golasecca, paese che custodisce diversi tratti, tra cui  quelle «sul promontorio della chiesa di San Michele di Golasecca» spiega Matteo Maggioni, golasecchese appassionato di storia locale. La sua famiglia custodisce memoria diretta della costruzione di quel grande sistema difensivo: «Quando le scavarono si ritrovarono a diseppellire diverse ossa dell’antico cimitero: mio padre chierichetto aiutò il parroco a riporle nella cripta ossario della chiesa».

Se la si guarda con gli occhi di oggi, la creazione della linea fortificata – sull’intero corso del Ticino – fu un’operazione gigantesca, la cui memoria si è però sbiadita, visto che pochi conoscono l’esistenza di tracce: è una cosa comprensibile solo se si tiene conto del fatto che in quegli anni la guerra portava i suoi lutti in ogni paese e che altre zone d’Italia soffrirono assai più il passaggio del fronte di guerra, che invece sul Ticino non arrivò mai.

La costruzione della linea fu avviata nel 1944 a seguito dell’operazione Dragoon, lo sbarco alleato in Provenza, avvenuto a partire dal 17 agosto a Est di Marsiglia.
Due giorni dopo piemontesi e lombardi che di nascosto ascoltavano Radio Londra scoprirono che “con lo sbarco […] la guerra si avvicina alle Alpi piemontesi”.
Il rischio che dalla Provenza gli angloamericani passassero le Alpi e dilagassero nella pianura padana non sfuggiva neppure ai tedeschi, ovviamente: la Wehrmacht inviò subito il 75° Corpo d’Armata, con il compito di preparare una lunga linea di difesa. E come ogni linea del fronte, anche questa si sarebbe appoggiata anche ad elementi naturali: tra Piemonte e Lombardia sarebbe stato il fiume Ticino a fare da ostacolo naturale all’avanzata.

Generico 22 Aug 2022
Mezzi da sbarco americani sulla spiaggia di Saint Raphael, 20 agosto 1944

Al comando del generale Hans Schlemmer, tra le Alpi e la pianura arrivarono in zona ben 40mila soldati, spostati dalla costa tra Liguria e alta Toscana, dove da sette mesi attendevano un eventuale sbarco che non ci fu mai. L’operazione di rischiaramento fu chiamata “Kunstliche Nebel”, vale a dire nebbia artificiale.

Le trincee lungo il Ticino: boschi abbattuti e soldati ovunque

Tra loro c’erano anche soldati del genio militare, che i tedeschi chiamano pionieri, incaricati di sovrintendere appunto alla costruzione di opere di difesa fisse: la linea fortificata prevedeva chilometri di trincee – riconoscibili ancora oggi, da Golasecca a Robecchetto, passando per Lonate Pozzolo e Castano Primo – ma anche postazioni e bunker in cemento per mitragliatrici, mortai e cannoni, spesso in vicinanza di punti particolari come il ponte di Turbigo o l’aeroporto militare Campo della Promessa tra Lonate e Castano (un tratto di trincee si vede anche in questo video).

La manodopera impiegata erano i soldati, ma anche personale civile tedesco e locale, arruolato nell’organizzazione Todt.
Molti racconti locali hanno tramandato che i pionieri e gli zappatori tedeschi erano soldati di classi anziane (il che significava, nel contesto, dai 35 anni in su), seconde linee in un periodo in cui Hitler stava gettando nel calderone tutte le forze possibili, dai ragazzini ai vecchi.

Lungo la valle del Ticino era schierato il 432° Bau-Pionier-Bataillon (battaglione da costruzione), con la 2° Compagnia a Robecchetto con Induno nel Magentino verso il Pavese e la 3° Compagnia più su, a Golasecca, per la parte più prossima al Lago Maggiore.

Come sempre in tempi di guerra i soldati alloggiavano qua e là in edifici requisiti, che andavano dai fienili alle ville per gli ufficiali.
Più giù nella valle del Ticino, a Robecchetto, ad esempio il comando “fu istituito in casa parrocchiale occupando il salone d’angolo”, scriveva il parroco don Francesco Ronchi nel libro delle cronache della parrocchia. Rispetto ai fascisti della Muti stanziati in paese erano “persone distinte”, ma comunque invasori armati: “Si resero padroni di tutto ciò che occorreva loro togliendolo dalle case private pur chiedendo con garbo, che non tollerava rifiuto” (il giudizio del parroco era forse condizionato dal fatto che i tedeschi gli rubarono la stufa).

Generico 22 Aug 2022
Trincee nel bosco di Robecchetto. Foto Luisa Vignati

Le trincee dovevano essere scavate a mano, ma poi in ampie sezioni erano sostenute da pali sui lati e chiuse nella parte superiore da assi, coperte di terra per mimetizzarle e renderle meno visibili agli aerei da ricognizione. Lo scavo delle trincee e i disboscamenti per avere legname danneggiarono molto i boschi, in un periodo in cui il legno era prezioso anche per il riscaldamento (l’inverno ’44-’45 fu molto duro e lungo).

I grandi lavori per la costruzione della linea di difesa però ebbero anche effetti positivi: molti giovani del luogo furono infatti assunti nell’organizzazione civile Todt. Essendo lavoratori utili allo sforzo bellico evitavano così di essere arruolati nelle formazioni combattenti della Rsi, impegnate sul fronte dell’Appennino o nella repressione antipartigiana. In alcune località lungo il Ticino i lavoratori civili divennero informatori della Resistenza, perché potevano dare alle brigate partigiane informazioni sui movimenti delle truppe nemiche.

Trincee e bunker dal Lago Maggiore a Pavia

Proprio dalle file partigiane ci sono state trasmesse descrizioni precise e dettagliate del sistema difensivo. Il servizio informazioni del Corpo Volontari della Libertà nell’imminenza dell’offensiva di primavera ’45 fornì al 12 aprile una relazione sulla linea “lungo la vallata del Ticino dal Lago Maggiore a Pavia”.
Da questa relazione – conservata nell’archivio dell’Istituto Storia della Resistenza di Novara – sappiamo che si trattava di “una linea di camminamenti con andamento ad angoli”, articolata su due linee più o meno parallele che distavano circa 200 metri l’una dall’altra, accompagnati anche da reticolati. “Nei punti più dominanti e in genere più salienti volti al fiume, sono stati approntati degli osservatori con postazioni coperte”, fatte di tronchi e cemento, con altezze di 1,8 metri e feritoie per osservare e fare fuoco (in quei punti le trincee erano più profonde).
Tra Vizzola e Turbigo c’era anche una terza linea e fossati anticarro.

Le stesse trincee lungo la valle divennero una linea di osservazione per impedire i movimenti di brigate partigianeche in alcuni casi – ad esempio la Prima Brigata Lombarda – si spostavano da una sponda all’altra, dal Piemonte alla Lombardia, per attaccare o per sfuggire ai rastrellamenti nazifascisti.

La battaglia che non ci fu mai

Gli scontri tra partigiani e nazifascisti (soprattutto italiani) furono gli unici che avvennero in zona. Per fortuna infatti dalla Provenza gli angloamericani avanzarono verso l’interno della Francia e sulle Alpi, ma non le valicarono mai: non ci fu mai la grande battaglia sul Ticino che i comandi tedeschi avevano ipotizzato e che avrebbe trasformato la zona in un campo di battaglia, come è stato per posti come Ortona, Cassino, la Garfagnana o la Romagna.

Generico 22 Aug 2022
Un esempio di abitato distrutto dal passaggio del fronte: Montese, sull’Appennino modenese. Soldati brasiliani entrano nell’abitato dopo aver scacciato i tedeschi

Il 25 aprile e il (freddo) ritorno alla pace

Nei giorni della Liberazione, ad aprile 1945, le truppe tedesche del 75° Corpo d’Armata si ritirarono dalle Alpi Piemontesi verso il Brennero, ma poi si arresero al 2 maggio: in quei giorni (una settimana, anche se poi la data simbolo è diventata il 25 aprile) non mancarono anche alcuni scontri, a volte quasi vere battaglie, come avenne a Inveruno, dove i partigiani “azzurri” attaccarono una colonna tedesca che dal Piemonte cercava di raggiungere il resto delle truppe in Lombardia.

Generico 2018
La chiesa di Inveruno danneggiata dalle cannonate tedesche. Foto museopartigiano.it

Appena finito il conflitto, mentre migliaia di soldati tedeschi e fascisti venivano mandati nei campi di prigionia, gli abitanti della zona lungo il Ticino iniziarono subito a demolire le trincee, per recuperare il legname, visto che la primavera tardava ad arrivare e bisognava scaldarsi: nella zona tra Alto Milanese e Basso Varesotto si ricorda (e ci sono anche foto) che al 1° maggio 1945 la pioggia divenne persino neve!

I proprietari ripresero possesso dei boschi, impoveriti dagli abbattimenti. E si tramanda che in qualche caso i contadini litigarono per le assi di una trincea: ognuno era convinto che il prezioso legname fosse quello del suo albero abbattuto dai tedeschi.
Scontri ricordati oggi  con simpatia e come aneddoto, ma che tramandano la memoria della povertà dell’immediato dopoguerra, in un Paese distrutto per la folle smania di conquista del fascismo.

di roberto.morandi@varesenews.it
Pubblicato il 22 Agosto 2022
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

Segnala Errore