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Furti di beni di lusso dalle valigie dei passeggeri di Malpensa: tre operatori aeroportuali fermati dalla polizia

Ricostruiti una cinquantina di episodi e sequestrati 370 oggetti griffati per oltre 300mila euro. I tre, addetti alla manutenzione dell'impianto bagagli, avrebbero costituito un'associazione a delinquere. Colpiti soprattutto viaggiatori diretti nel sud-est asiatico

Generico 06 Apr 2026

Selezionavano le valigie nell’area di smistamento bagagli, le portavano in luoghi appartati, lontano da sguardi indiscreti, e le ispezionavano per impossessarsi di ciò che di prezioso vi era custodito. È l’accusa che ha portato la Polizia di Stato dell’aeroporto di Malpensa a sottoporre a fermo tre operatori aeroportuali, ritenuti gravemente indiziati di aver costituito un’associazione a delinquere finalizzata ai furti all’interno dello scalo.

L’indagine, condotta dagli agenti della Polizia di Frontiera aerea e coordinata dalla Procura della Repubblica di Busto Arsizio, ha permesso di ricostruire circa 50 episodi considerati delittuosi.

Il bilancio è pesante: 370 beni di lusso sequestrati, soprattutto borse e capi d’abbigliamento di note marche, sottratti dai bagagli stivati di ignari passeggeri in partenza dal Terminal 1, per un valore stimato in oltre 300mila euro.

I tre fermati sono dipendenti di una ditta incaricata della manutenzione dell’impianto di trasporto dei colli. Una posizione che, secondo l’accusa, garantiva loro accesso diretto all’area dove le valigie transitano prima di essere caricate sugli aerei. Lì avvenivano la selezione dei bagagli e il successivo prelievo della merce.

Il meccanismo del furto

L’indagine è stata resa particolarmente complessa da una circostanza: molte delle vittime erano cittadini stranieri residenti all’estero, che si accorgevano dell’ammanco soltanto una volta arrivati a destinazione. In molti casi rinunciavano a presentare denuncia formale presso le Autorità consolari italiane, limitandosi a segnalare l’accaduto alle compagnie aeree con cui avevano viaggiato. I passeggeri più colpiti erano quelli diretti nel sud-est asiatico.

Il bottino condiviso

A far scattare l’ipotesi del reato associativo è stato il modo in cui veniva gestito il bottino. Secondo gli inquirenti, i beni rubati confluivano in una sorta di “patrimonio sociale”, indipendentemente da chi avesse materialmente commesso il singolo furto. La merce veniva poi venduta a un soggetto terzo, in alcuni casi tramite piattaforme di vendita online, e il ricavato suddiviso in parti uguali tra i componenti del gruppo.

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Pubblicato il 02 Luglio 2026
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