La prima busta paga arriva sempre più tardi
Il XXV Rapporto annuale dell'INPS misura l'età media al primo contributo previdenziale generazione per generazione: dai meno di vent'anni di chi è nato a metà anni Sessanta si è arrivati a sfiorare i 22 anni per chi è nato all'inizio degli anni Novanta
C’è un numero, nel XXV Rapporto annuale dell’INPS presentato in questi giorni, che racconta meglio di molti altri come sia cambiato l’ingresso nel mondo del lavoro in Italia: l’età media al primo evento contributivo. È il momento in cui, per la prima volta, il nome di una persona compare negli archivi previdenziali perché qualcuno ha versato per lei un contributo. In sostanza: la prima busta paga.
Da 20 a 22 anni in tre decenni
Il risultato è una curva che sale. Per le generazioni nate tra la metà degli anni Sessanta e la seconda metà degli anni Settanta l’età media al primo contributo passa da valori inferiori ai vent’anni a valori superiori ai ventuno. Poi, per chi è nato tra la fine dei Settanta e la prima metà degli Ottanta, c’è una parentesi in controtendenza: l’ingresso si anticipa leggermente, fino a un minimo attorno ai 20 anni e 8 mesi.
Ma dalle generazioni nate a partire dalla metà degli anni Ottanta il posticipo diventa marcato e continuo. L’età media supera i 21 anni e 6 mesi e si avvicina ai 22 anni per le coorti più recenti, quelle dei nati fino al 1993 (che nel 2023 hanno compiuto trent’anni).
Il Rapporto non legge il dato come un segnale univocamente negativo. Buona parte dello spostamento in avanti è coerente con due cambiamenti normativi che hanno allungato la permanenza dei ragazzi nei percorsi formativi: dal 2007 l’obbligo di istruzione è stato portato a 16 anni di età, e dall’anno accademico 2000/2001 la riforma universitaria (il decreto Zecchino) ha ridisegnato l’università sul modello delle lauree triennali più specialistiche biennali. Si entra più tardi perché si studia più a lungo.

Il vero problema è il secondo anno
Il punto critico, però, non è l’ingresso. È quello che succede subito dopo.
L’INPS misura la continuità contributiva nei tre anni successivi al primo versamento, e qui il quadro è netto. La quota di settimane con contribuzione nel triennio d’esordio scende da valori prossimi al 65% per le generazioni di metà anni Sessanta a circa il 52% per i nati nei primi anni Novanta. Per dare una misura concreta: il 60% corrisponde a circa 93-94 settimane di contribuzione nell’arco di tre anni. Il calo è graduale ma persistente.
Ancora più esplicito il dato sul secondo anno. Se la quota di chi versa almeno un contributo nel primo anno è cresciuta per le generazioni più recenti, segno che l’accesso al sistema si è allargato, la quota di chi versa almeno un contributo anche nell’anno successivo si riduce di 15-20 punti percentuali, collocandosi tra il 66% e il 71%. Nel terzo anno la contrazione prosegue, con intensità più contenuta. E il divario tra il primo anno e i due successivi si allarga proprio man mano che si scende verso le coorti più giovani.
La conclusione dell’Istituto è che «la principale criticità non riguarda tanto l’accesso iniziale al sistema, quanto la capacità di consolidare la partecipazione contributiva immediatamente dopo il primo ingresso». Si entra, ma non si resta.
Meno montante, meno pensione futura
Entrare più tardi e restare meno significa, in un sistema contributivo, accumulare meno. Il Rapporto confronta il montante contributivo, la somma su cui si calcolerà la pensione,accumulato nei primi tre anni successivi al primo versamento, valutato al 2024.
I nati nel 1990 presentano un montante medio inferiore del 18% rispetto ai nati nel 1980 se uomini, e del 20% se donne. Il divario di genere, dunque, non solo esiste ma si conferma anche nella capacità di accumulo iniziale.
L’INPS invita però alla prudenza nell’interpretazione: il gap non è interamente attribuibile ai soli contributi versati. Il montante viene rivalutato in base alla dinamica del PIL, e l’andamento dell’economia italiana tra il 2000 e il 2023, cioè lungo l’intera carriera osservata, ha inciso in modo determinante sui coefficienti di rivalutazione. Una parte dello svantaggio delle generazioni più giovani è, in altre parole, il riflesso della stagnazione del Paese.
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