La lettera di don David a Denis, che s’è suicidato in carcere: «Perdonaci, non dovevi stare lì»
È stato il quindicesimo suicidio in carcere dall’inizio del 2026. Giovedì 16 aprile, nella casa circondariale di Busto Arsizio, un uomo di 34 anni è stato trovato senza vita nella sua cella nel primo pomeriggio. Da anni era seguito dal Centro psicosociale per gravi disturbi psichiatrici, conseguenza di un trauma cranico subito nel 2015. Si è tolto la vita impiccandosi con i lacci delle scarpe.
A rendere ancora più doloroso il quadro sono le parole del cappellano del carcere, che in una lettera pubblicata su Avvenire ha affidato il proprio senso di impotenza e di colpa: “Perdonaci, non abbiamo visto il tuo male”. Un messaggio rivolto a “Denis”, nome di fantasia, che restituisce il peso di una tragedia consumata nel silenzio e forse nell’invisibilità del disagio.
La lettera del cappellano David Maria Riboldi
Caro Denis, perdonaci: i nostri occhi non sono arrivati in tempo a vedere quel male, che certo hai nascosto molto bene in questi anni o forse solo in questi ultimi tempi. O addirittura in quei pochi, irrevocabili attimi. Certo, tu non hai proprio dato modo di poterci accorgere che qualcosa andasse storto. O chissà, forse neanche tu ti sei realmente reso conto dell’oscurità che stava in agguato, alla porta del tuo cuore. Così giocondo, così buono, dopo le tante prove della vita. Dopo 6 mesi di coma, ormai tanti anni fa, che ti avevano rubato un po’ a te stesso, facendoti rimbalzare continuamente dal carcere ai centri per la salute mentale. Senza la visione che serve, per intuire dove avresti potuto vivere. E non morire.
Caro Denis, perdonaci: il nostro cuore oggi è annebbiato dal dolore, da voci che vi rimbalzano dentro, da un perché cui le pareti dell’anima fanno eco, ma forse non avranno mai risposta. Troppo solare, troppo giocoso, per quanto un ragazzone grande e grosso. Troppo facile al sorriso, per cercare ragioni di un’ombra che t’ha vinto. Sai, anche l’evangelista Giovanni non si è mai dato ragione di quel loro compagno d’avventura, che alla fine andò a impiccarsi. Scrive il suo Vangelo dopo tanti anni… ma non si è mai dato una risposta. Forse si sarà chiesto: “Come abbiamo fatto a perderlo?”. Ma lo scorrere del tempo non ha acquietato il suo cuore e l’affannosa ricerca di ragioni l’ha portato a chiuderla così: “Satana entrò in lui” (Gv 13, 27). Il male: imponderabile, inagguantabile, ruvido. Ho letto queste righe a tuo zio, ieri mattina, in carcere. Non le ho lette a tuo cugino, ma sono andato a trovare anche lui, a Opera.
Caro Denis, perdonaci: le nostre mani non sono giunte in tempo a contrastare la forza di gravità, cui hai lasciato andare il tuo corpo. Troppo tardi. Tutti al campo a giocare. Tu, nel segreto della tua cella, a consumare non sapremo mai quale dolore. E l’ordinario clangore delle chiavi che aprono è diventato corsa affannosa a tirarti giù, a cercare uno spiraglio di vita, a sperare fosse ancora possibile la tua anima fosse lì. Ancora. Mani che hanno sentito il peso di una vita ormai sgusciata altrove. Mani capaci, soltanto, di congiungersi in preghiera. Mani con cui ti ho chiuso gli occhi, mentre i miei non riuscivano a togliersi da quella linea nera sul collo, con cui sorella morte ha segnato il suo passaggio.
Caro Denis, perdonaci: tutte le nostre intelligenze, artificiali e non, non sono arrivate a comprendere che forse il carcere non era il tuo posto. Non il luogo dove avresti dovuto stare. Non il luogo giusto per avere cura di te, già così tanto provato dalla vita. Non certo il ‘dove’ sentire e apprezzare la bellezza della vita. Certo, qualche errore ti ci ha portato. Che non ho mai chiesto. Che non ho mai saputo. E non ho bisogno ora di saperlo. Ma avevi più bisogno di galera… o più bisogno di cure? E la nostra società, così bisognosa di sicurezza, da sbatterti dentro, dove l’avrebbe trovata? Lasciandoti in carcere o dove avrebbero potuto accompagnare gli ammanchi che la vita ti aveva lasciato nella mente?
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