Quante ore di vita costa una stanza in più
Dalla casa ai salari, il costo della vita si può misurare anche in tempo: quante ore dobbiamo lavorare per permetterci ciò che serve a diventare indipendenti, restare in città e costruire una famiglia. È in questo divario tra lavoro e futuro che si nasconde una parte dell’impoverimento italiano
In un ristorante di piazzale Martini, a Milano, la titolare si ferma al tavolo e fa il conto che spiega perché il quartiere si svuota. «Quando arriva un altro figlio serve una stanza in più. Una stanza in più sono trecento, quattrocento euro al mese. E allora vanno fuori Milano». Nel condominio accanto, cinque o sei famiglie se ne sono andate così. Non per disamore. Per aritmetica.
Quando lavoravo in Whirlpool, per capire quanto fosse davvero ricco un mercato non guardavamo il Pil pro capite. Ci chiedevamo quante ore bisognasse lavorare per comprare una lavatrice. È una misura rozza, ma ha un pregio: traduce prezzi e salari nell’unica valuta che conta per chi li vive, il tempo di una vita.
Applicata all’Italia di oggi, dà risultati che le medie statistiche tendono a nascondere.
Il primo riguarda la casa. Secondo Tecnocasa, per comprare un appartamento medio di 85 metri quadrati a Milano servono quasi tredici annualità dello stipendio di un lavoratore dipendente, quasi il doppio della media delle grandi città. È il prezzo del successo di Milano, che attira persone e capitali come nessun’altra città italiana. Ma il successo di una città si misura anche da chi riesce a restarci. Oggi fanno fatica proprio le famiglie che vorrebbero crescere.
Il secondo riguarda il lavoro, ed è il più crudo. Nello Studio economico sull’Italia di quest’anno, l’Ocse mostra, sulla base di una ricerca di Grevenbrock, Ludwig e Siassi, che a vent’anni un lavoratore italiano e uno tedesco guadagnano in media cifre simili, intorno ai 20 mila euro. Nei dieci anni successivi il salario del tedesco più che raddoppia: a trent’anni è attorno ai 45 mila. Quello italiano resta molto più piatto, e per raggiungere mediamente lo stesso livello bisogna aspettare la fine dei quarant’anni. Due ragazzi partono quasi insieme; a trent’anni uno dei due ha già il reddito che l’altro vedrà vent’anni dopo.
Non stupisce che, nel decennio fino al 2023, circa 400 mila giovani tra i 18 e i 34 anni abbiano lasciato il Paese. Per molti partire non è un’avventura. È un calcolo su quanto tempo serve per diventare indipendenti, affittare una casa, avere un figlio.
Il terzo riguarda tutti. Nel primo trimestre di quest’anno i salari reali italiani erano ancora del 6,1 per cento sotto il livello del 2021, il ritardo più ampio tra le grandi economie Ocse. E questo mentre l’occupazione tocca livelli record e la disoccupazione è scesa al 5 per cento. Il problema italiano, dunque, non è che manchi il lavoro. È quanto poco futuro quel lavoro riesce a comprare.
Le cause sono note e si tengono l’una con l’altra. Una produttività ferma da oltre un decennio lascia poco spazio a salari più alti. Le imprese italiane pagano l’elettricità circa il 50 per cento in più delle concorrenti francesi (278 euro al megawattora contro 183 nel primo semestre 2025, secondo Confindustria), e hanno quindi margini stretti per alzare le paghe. Salari bassi contribuiscono a spingere i giovani a partire o a rinviare la famiglia: nel 2025 la fecondità è scesa a 1,14 figli per donna. Meno giovani significa meno competenze e meno domanda, e di nuovo imprese che faticano a crescere. Non c’è un colpevole unico. È un circuito, e proprio per questo nessuno si sente chiamato a spezzarlo.
Eppure un modo di guardarlo c’è. Un Paese comincia a impoverirsi molto prima che i suoi cittadini possano dirsi poveri. Comincia quando ogni cosa importante (una casa, un figlio, l’indipendenza) richiede una porzione sempre più grande della loro vita. La produttività non si alza per decreto, e i salari non possono crescere in fretta. Si può però ridurre il numero di ore che ciascuno deve pagare da solo. Un asilo che c’è, un affitto sostenibile, un treno che arriva, un’energia che non costi alle imprese la metà in più dei vicini, un primo stipendio meno tassato, come raccomanda la stessa Ocse compatibilmente con i conti pubblici. Sono ore di lavoro restituite, prima ancora che voci di spesa.
Sulla porta della biblioteca di Calvairate, a pochi passi da quel ristorante, Milano ha scritto: «La biblioteca è per tutti». Sembra una frase da ufficio comunale. È politica economica. Indica ciò che una comunità decide di comprare insieme, perché nessuno da solo potrebbe permetterselo.
La legge di bilancio che il governo sta preparando in queste settimane sarà giudicata, come sempre, sui decimali di deficit e sulle coperture. Servirebbe aggiungere un criterio più semplice, che chiunque può verificare a fine mese: quante ore di vita restituisce a un trentenne che vuole restare, mettere su casa, avere un figlio. La ristoratrice di piazzale Martini l’ha posta senza saperlo, ed è la stessa domanda che dovrebbe porsi chi scrive la manovra: quanto futuro riesce ancora a comprare un’ora del nostro lavoro?
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