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Riforma Foti, il procuratore regionale Paolo Evangelista: 
«Il 70% degli sprechi lo pagano i contribuenti» 


Il magistrato della Corte dei conti Procuratore regionale per la Lombardia spiega perché, una legge nata per rendere più efficiente la pubblica amministrazione, rischia di ottenere l'effetto opposto. Sarà presente alla tavola rotonda di Upel venerdì 8 maggio

Paolo Evangelista Corte dei Conti

La riforma delle funzioni della Corte dei conti, la Riforma Foti, entrata in vigore il 22 gennaio 2026, cambia il quadro della responsabilità amministrativa e del controllo sulla spesa pubblica. Un tema complesso, che sarà al centro della 9a Rassegna di Diritto Pubblico dell’Economia di UPEL Italia, il 7 e 8 maggio a Ville Ponti, proprio perché mette in tensione due esigenze in apparenza incompatibili: velocizzare l’azione amministrativa e mantenere saldi i presidi di legalità.

Ne parliamo con Paolo Evangelista, Procuratore regionale della Corte dei conti della Lombardia, che parteciperà alla tavola rotonda di Upel venerdì 8 maggio.

Dottor Evangelista, quali sono gli obiettivi principali della riforma Foti e in quale contesto si inserisce?
«Gli obiettivi dichiarati, che emergono anche dai lavori parlamentari, sono migliorare la funzionalità della pubblica amministrazione e incrementare l’efficienza della Corte dei conti. Sono finalità importanti: una maggiore efficienza dell’amministrazione pubblica va a vantaggio dei cittadini e delle imprese. Il problema è nel metodo con cui si è scelto di perseguire questo obiettivo. La tesi di fondo è che gli amministratori e i dirigenti lavorerebbero meglio se liberati dalla cosiddetta “paura della firma”, cioè dal timore di rispondere davanti alla Corte dei conti. A mio avviso questo intervento non solo non incide sulle cause reali dell’inefficienza, ma in concreto rende ancora più complessa l’attività amministrativa. Basti pensare che per ben cinque anni è stato in vigore il cosiddetto scudo erariale, eppure miglioramenti significativi nell’efficienza non sono stati riscontrati. Le cause dell’inefficienza della pubblica amministrazione sono ben altre: in primo luogo la complessità normativa, la proliferazione delle competenze, la preparazione non sempre adeguata della classe dirigente. Non ritengo quindi, come riscontrabile dagli effetti dello scudo erariale, che il timore di rispondere dinanzi alla Corte dei conti per gravi negligenze sia ostativo all’efficienza della pubblica Amministrazione».

C’è anche un problema di metodo, oltre che di merito?
«Sì, e lo considero un errore grave. Quando si vuole riformare un sistema così tecnico e complesso, sarebbe stato fondamentale coinvolgere chi quel sistema lo conosce dall’interno. La Corte dei conti, attraverso le Sezioni Riunite, ha formulato un articolato parere nel corso dell’iter parlamentare prospettando numerose indicazioni, osservazioni e proposte. Non ne è stata recepita nemmeno una. È stata, in sostanza, una riforma imposta, senza alcun dialogo con il soggetto che svolge un ruolo fondamentale nel sistema della giustizia contabile».

L’articolo 3 introduce una delega al governo sulle funzioni della Procura . Quali sono le criticità principali?
«Questa è la parte della riforma ancora in attesa di attuazione e contiene le criticità più rilevanti. È prevista una gerarchizzazione delle funzioni del pubblico ministero contabile: il procuratore generale a Roma potrà accedere ai fascicoli dei pubblici ministeri a livello territoriale e, per alcuni atti significativi, esercitare un potere di avocazione. Ma c’è di più: per non meglio specificati casi più complessi, è prevista la firma congiunta del procuratore regionale e del procuratore generale a pena di nullità. Questo profilo, come hanno evidenziato anche lo stesso Procuratore generale e il Presidente della Corte dei conti in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, presenta a mio avviso caratteri di palese incostituzionalità, perché limita in modo sostanziale l’indipendenza e l’autonomia del pubblico ministero contabile, in violazione dell’articolo 108 della Costituzione. Mi auguro che il governo, nell’attuare la delega o meglio nel non attuarla in questa parte, tenga conto di queste forti criticità».

La legge delega prevede anche la separazione delle carriere per i magistrati contabili. Un problema analogo a quello discusso nel recente referendum?
«Esatto. È previsto che chi svolge funzioni requirenti — cioè lavora presso una procura regionale o generale — non possa transitare alla funzione giudicante. È, nei fatti, una separazione delle carriere introdotta con legge ordinaria, mentre la volontà popolare si è espressa chiaramente in senso contrario nell’ultimo referendum costituzionale».

Ha parlato di “eterogenesi dei fini”: cosa intende?
«Intendo che il legislatore voleva raggiungere certi obiettivi, ma in alcuni casi ha ottenuto l’effetto opposto. Prendiamo la tipizzazione della colpa grave: l’obiettivo era eliminare le incertezze, definire con chiarezza il perimetro entro cui un amministratore o un funzionario può essere chiamato a rispondere del danno erariale. Il risultato, però, è stato un aumento delle incertezze. La riforma Foti ad esempio ha fornito una definizione di colpa grave, ma il codice dei contratti pubblici o la legge Bianco Gelli sulla responsabilità del personale sanitario ne prospettano altre, diverse. In assenza di abrogazione espressa quale norma è applicabile?».

Ci sono altri esempi concreti di queste contraddizioni?
«Sì, emblematico è il caso dell’obbligo di copertura assicurativa. Il legislatore ha introdotto questa previsione senza chiarire chi siano i soggetti obbligati, senza stabilire se il costo gravi sui dipendenti o sull’amministrazione, senza prevedere alcuna copertura finanziaria. Non ha nemmeno specificato se la Compagnia assicuratrice, che deve essere parte nel giudizio contabile quale litisconsorte necessaria, debba coprire l’intero danno accertato dal giudice o solo la quota imputabile al dipendente citato in giudizio. Il risultato è che il governo si è visto costretto, quasi subito, a rinviare l’applicazione di questa norma tramite il decreto “milleproroghe”. È la dimostrazione più concreta delle difficoltà interpretative che questa riforma porta con sé».

Perché tutto questo dovrebbe interessare i cittadini comuni?
«Per due ragioni sostanziali. La prima riguarda il cosiddetto doppio tetto al risarcimento del danno erariale: in caso di condotta gravemente colposa — uno spreco di denaro pubblico — il responsabile potrà rispondere al massimo del 30% del danno causato, o comunque non oltre due annualità di stipendio. Il restante 70% rimane a carico della collettività, cioè di tutti noi contribuenti. La seconda ragione è ancora più profonda: le disposizioni previste nella legge delega limitano fortemente l’azione della Procura della Corte dei conti, che è un presidio di legalità finanziaria a tutela della corretta gestione delle risorse pubbliche. In occasione di incontri pubblici sono solito ricordare, in modo forse un po’ enfatico, ma lo ripeto che un euro sprecato dalla pubblica amministrazione è un euro sottratto alla scuola, alla sanità, ai servizi sociali».

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Pubblicato il 21 Aprile 2026
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